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MARIA CALLAS IN GLUCK’S ALCESTE & SPONTINI’S LA VESTALE – by BRUNO BELLI (IN ITALIAN)

by Luca

Per aprire questa breve nota sulle registrazioni scaligere della Callas, in occasione di due nuove pubblicazioni, chi scrive si sente in dovere di riportare le parole d’Elvio Giudici, a proposito dell’interpretazione della cantante – attrice, le quali sono il più bell’omaggio che le si potesse fare.
Afferma, infatti, Giudici, a proposito delle recite dell’Ifigenia in Tauride del 1957: “la voce della Callas è l’unica, negli ultimi cinquant’anni, ad essere stata perfettamente così anfibia tra soprano e mezzosoprano”, e, più sotto, come testimonianza dell’arte della “Divina”, “quel suo correre forsennato su per una ripida scalea all’aprirsi del sipario, stare in cima con le braccia levate, mentre il mantello di seta argentea si gonfiava nel vento, per scendere infine velocissima – ed era semicieca! E la scala era ripida! Ed era quasi buio fondo! – toccando il palcoscenico giusto attaccandola prima nota”.
Traspare una manifesta partecipazione della cantante al personaggio interpretato, caratteristica che fu tra le più importanti della sua carriera: ebbe, infatti, la grande capacità di recitare, oltre che di cantare, ma la sua recitazione mai era una posa, quanto piuttosto un intimo sentire che rendeva le sue creature vere, credibili, vicine all’ascoltatore: e la Scala, volenti o nolenti, fu il massimo palcoscenico sul quale potere esprimere l’immensa qualità della sua statura d’artista.
Infatti, la fruttuosa collaborazione tra il Teatro alla Scala di Milano e Maria Callas, negli anni cinquanta del secolo scorso, portò inoltre alla riscoperta di un patrimonio musicale italiano, e non solo, che, dalla seconda metà dell’Ottocento, si era perso, complice, ancor più, la scuola “verista”, che, al principio del XX secolo, aveva introdotto un linguaggio così radicalmente “nuovo” da cancellare ogni traccia dello stile “belcantista”, che, come oggi si rammenta, indica una determinata epoca storica ed è erroneo applicare all’intera evoluzione dell’opera lirica.
Fortunatamente, molte di quelle rappresentazioni furono fissate in registrazioni “dal vivo” da parte d’appassionati che, con i mezzi allora a disposizione, inadeguati ad una perfetta ripresa sonora, consegnarono alla storia quello che la casa discografica per la quale la Callas incideva in esclusiva, la EMI – dopo un assai breve periodo per la Cetra – non fissò “a futura memoria”. Un aiuto ci viene anche dalla Radio italiana che trasmise qualche spettacolo: il suono, in tali casi, è migliore, ma credo, senz’altro, che chi si accinga ad ascoltare le interpretazioni dell’artista, fissi la massima attenzione sulle “letture” della Divina, piuttosto che sulla precarietà del suono. Molte volte, alcune edizioni sono state stampate da più case discografiche, ognuna delle quali, con l’avvento del cd, ha cercato di “ripulire” al massimo tali registrazioni e dobbiamo affermare che, per la maggior parte, il compito è riuscito in modo più che egregio.
Ora, l’“Istituto discografico italiano”, la cui meritoria pubblicazione del nostro patrimonio artistico – quello vero, non spacciato per tale nelle schermaglie piccine, ottuse e provinciali di certe proposte in stile “Primo dell’anno” e “parvenza di qualcosa” – forma una sorta di biblioteca storica e musicale indispensabile, ristampa due preziosi registrazioni scaligere con la “Callas”: l’una, l’“Alceste” di Gluck, ancora più fondamentale per essere sempre stata ricordata per la traballante qualità del suono, ora portata a livelli veramente più che accettabili, l’altra, la famosa prima scaligera del 1954, “La Vestale” di Spontini.
Quest’ultima ha sempre avuto migliore qualità sonora, pertanto, lasciamo a quanto già le cronache e i recensori scrissero, anche a proposito dei trascorsi riversamenti in cd: ricordiamo solo, oltre alla magnifica ed accesa interpretazione della protagonista, l’ottimo Franco Corelli a suo completo agio in una parte anfibia come quella di Licinio, la quale ora tocca le corde tenorili, ora quelle baritonali, e la matronale Ebe Stignani, nel ruolo ieratico della Gran Vestale e la tensione drammatica infusa dal direttore, Antonino Votto. Da ultimo, serva, a titolo d’esempio, la monumentale costruzione del secondo atto, in cui la Callas affronta una delle pagine più complesse che per voce di soprano siano mai state scritte, “Tu che invoco con orrore”, rendendo appieno il carattere di Giulia e la psicologia turbata della giovane votata ad un ruolo che il suo intimo rifiuta, per sostenere con un magnifico Franco Corelli, l’ampio e poliforme duetto seguente.
La registrazione di “Alceste”, ora ben “ripulita”, permette di apprezzare l’interpretazione quale storicamente fu: coro, diretto da Norberto Mola, in stato di grazia, anche se penalizzato, talora, dalla registrazione, che, talvolta, nei momenti di maggiore intensità, ne schiaccia i “forti”, personaggi vivi e partecipi a quanto dicano – che dizione, signori, attori e cantanti! – sia da Renato Gavarini (Admeto) fino a chi possiede poche battute, come Rolando Panerai (Apollo). Carlo Maria Giulini dirige con commossa partecipazione: anche se taglia in modo abbondante la partitura, conservandone, però, le danze – si tratta della versione ritmica italiana dello Zaffira condotta sul testo francese del du Roullet, come era consuetudine allora, pertanto si ascolta l’opera pensata da Gluck per Parigi, nel 1776, e non l’originale italiano, per Vienna, del 1767 – infonde a tale capolavoro, persino nelle libertà che si prende di collocare la prima scena del terzo atto quale conclusione del secondo, quella “sacralità” che il dettato originale senza dubbio possiede.
In questo, è mirabilmente assecondato dalla Callas che cesella uno dei suoi personaggi “classici” migliori d’ascendenza greca antica: ogni recitativo ha uno spessore drammatico inconsueto, ogni sillaba è proposta nel significato intrinseco, le arie posseggono una levigata bellezza che attesta come esse siano un continuo colloquio con gli antichi dei e, quindi, per i moderni, con Dio.
Valga un esempio su tutti: il grande recitativo del terzo atto, davanti alla bocca degli Inferi, nel quale non c’è una nota fori posto, non una sillaba letta senza pregnanza, il tutto risolvendosi in una assai toccante aria, “O funesta dea”, che sembra scendere direttamente dal Paradiso, onde attestare l’esistenza del Mondo superiore.
A tale proposito, aveva proprio ragione Eugenio Gara che, sul settimanale “Candido”, ebbe a scrivere, l’indomani della rappresentazione, che “quando un esecutore fa di questi miracoli, quando regala la fede a chi ancora non ne era stato toccato è qualcosa di più di un grande artista: è un apostolo”.
Questa “Alceste” è da ritenersi come in inno a Dio, la più grande e bella preghiera che chi scrive abbia mai ascoltato.

Bruno Belli.

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